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INTERRAIL IN SCANDINAVIA: MAMMA, HO RISCHIATO L’EMBOLIA! | DAY1

Il mio interrail in Scandinavia passa attraverso una sorta di diario di bordo che ho scritto mentre mi spalmavo della crema cicatrizzante sulle spalle bruciate dalle cinghie dello zaino. Non racconterò di cosa fare, cosa vedere, le informazioni pratiche dei paesi e delle città che di volta in volta toccherò. Per quello ci sono rubriche create appositamente, che trovate CLICCANDO SU QUESTO LINK. Qui, invece, ho scelto di dare spazio al vero viaggio, ai racconti, alle persone che ho incontrato, ai dubbi e le crisi – che ne ho avute tante, isterico come sono -. Insomma, le meraviglie che ti colgono al primo istante, tanto da doverle scrivere. Ho viaggiato per 22 giorni fra la Germania, la Danimarca e soprattutto questa terra nordica di cui mi sono innamorato. Perciò vi terrò compagnia per 19 puntate, che magari ci scappa pure un nuovo viaggio in Scandinavia assieme a qualcuno di voi, posto che ho beccato il Diluvio Universale per il 95% della mia permanenza. In qualche modo, credo di non stare molto simpatico lassù. 

 

THE BEGINNIN

Non so ancora bene a cosa sto andando incontro, né probabilmente il perché di tutto ciò. Semplicemente, è così. La verità è che ciascuno di noi, con il suo bagaglio a mano o lo bisaccia con i tasconi, ha il diritto – e la pazienza – di cogliere il viaggioIn Estate l’alzataccia è pure inconsueta, lo zaino carico che lascia i solchi sulle spalle e cinquemila chilometri sono davvero tanti da percorrere. Tutti in treno. Maledetto treno. Odio i treni. Li ho sempre odiati. Forse perché sono abituato a prendere sempre lo stesso fottuto treno da Verona a Trento. Un’ora di malinconia. Triste. 

 

Dunque, il primo convoglio è mezzo austriaco, mezzo tedesco, ancora non ho ben chiara la dinamica. So che ve ne è uno per nazione. Ma parlano la stessa lingua, sicché mi risulta difficoltoso comprendere dove io sia. La tratta è Verona – Berlino, con una sosta di un’ora a Monaco. Dodici ore di treno te le ricordi, pure un anno dopo. Veramente. Fortuna vuole che, di queste dodici ore, circa nove le passo da solo. Pare che sul treno ci stia solo io. Poi, l’immancabile la rompi coglioni di giornata, con gli scompartimenti da sei sedili ciascuno dei quali pressoché deserti, decide che non posso più allungare e distendere le gambe. L’ho odiata parecchio, quella donna.

 

L’ACUTA SIMPATIA DEI TEDESCHI 

Ad ogni modo, i tedeschi non sono affatto simpatici. Non che ci volessi io a scoprirlo, ma è imbarazzante la facilità con cui si fanno detestare da chiunque. Nutro fortissimi dubbi che prima o poi, un sorriso di cortesia – pure finta – possa comparire sui loro bei visini tirati come una molla in tensione, stanchi ed annoiati.

  • Have you got something to eat? – ho legittimamente chiesto ad un’anzianotta sulla sessantina poco sveglia.

D’accordo che il mio inglese è un po’ maccheronnico. Un po’ tanto, ad essere onesti. Ma ricordo che questa tale rispose solo in tedesco. O in austriaco. Quello che è. Nemmeno Yes o No.

Fermiamoci, però. Onestamente c’è da capire chi lavora per sei, sette o otto al giorno costantemente in piedi, i legamenti che tirano che le peggio bestemmie non sono mai sufficienza, ma invero rendiamoci conto dell’antipatia repressa che alimenta gli anzianotti tedeschi. Tipo i chihuahua e i loro spasmi.

  • Va bene, va bene. Me ne vado, se proprio insisti.

Più o meno è andata così.

 

COSE DA SEGNARE: MAI MANGIARE IN STAZIONE A MONACO √

Dopo circa sei ora, arrivati a Monaco intorno all’ora di pranzo, mi sono tristemente accorti che il cibo alla stazione della seconda città più importante della Deutchland fa veramente schifo. E’ immangiabile. Dico sul serio. Credo di aver contato otto o nove stand. Cibo – anche se perlopiù era mangime – tutto uguale. V’erano queste briosche salate lì da più di due giorni, ad occhio, e i loro stramaledetti bretzel. Odio i bretzel. Chiunque li abbia inventati, è un fottuto criminale. Roba da gabinetto all’istante. In Italia, pure nel buco più dimenticato da Dio, lo trovi un McDonald’s o uno Spizzico o un bar e le sue piadine avvolte nel cellofan. A Monaco, no. A Monaco, mangiar decentemente ci fa schifo.

Pietà.

 

BERLINO, 12 ORE DOPO

Chi cavolo me l’ha fatto fare. Questo interrail in Norvegia, dico. Dodici ore di treno in una botta sola sono un’embolia assicurata per le gambe. Per poco non ci scappava il morto, per Dio. Ciò nonostante, ammetto che fra la stazione di Monaco e quella di Berlino, v’è un abisso. Voglio dire, quella di Berlino è davvero meravigliosa. Roba che ti perdi dentro e non ne vuoi uscire. A posteriori, la stazione di Berlino, inconsciamente, rimane uno dei ricordi più pregni. Forse per la colazione di due mattine seguenti – la mia prima volta col porridge – o per la doverosa cena. Al che, sciupato fra le occhiaie e dei capelli che parevano più rigoli d’olio da quanto unti, mi sono fiondato in un ristorante thailandese takeaway.

Ma vi giuro che era così buono. Ci dovrebbe essere pure un video nei frammenti della mia telecamera. Dopo che ho scritto questa frase, sì, c’era. Parlavo anche. Solo che stupidamente ho tenuto la telecamera dentro il suo involucro. Quindi non si sente una beata mazza. In piazza, che tanto m’ha ricordato quel capolavoro de I ragazzi dello zoo di Berlino, c’era anche un musicista che suonava. Non era malaccio. Perlomeno, buttare giù nello stomaco bocconi di spaghetti udon al tramontare flebile del sole opaco e le note di un chitarrista senza lode, mi ricorda costantemente perché a Berlino, in verità, tornerei volentieri. 

porta-di-brandeburgo

HO VERAMENTE UN SENSO DELL’ORIENTAMENTO INDECENTE 

L’Hotel in cui soggiornavo, distava dalla stazione di Berlino qualcosa come quaranta secondi. Né più, né meno. Ebbene, come un pirla ho vagato mezz’ora, prima di trovarlo. Pure con il GPS e il navigatore del cellulare. Niente. Parevo un idiota che si divertiva a fare il giro tondo della stazione. In tutto questo, una volta salito in camera, trovo non so come la forza di uscire. Io sono un maledetto pigro, capitelo. Avrei volentieri dormito. Eppure, la Porta di Brandeburgo, di notte, illumina non solo i ciottoli circostanti. Tutt’altro. Madre Crucca ha il suo fascino. 

E poi, i cunicoli del Memoriale degli Ebrei, visitato in piena notte, senza un briciolo di luce artificiale, trasudano ansia. Parecchia. E’ un’incessante sali e scendi come fosse una tortura. E lo era. I gradini si fanno gradoni, e il fiato manca, e il buio si fa tale che, girato l’angolo, quasi gridi. V’era pure chi gridava per davvero

 

SKolliakos

Mi chiamo Sebastian Kolliakos, ho 23 anni e studio Giurisprudenza, facendo la spola tra Verona e Trento. Sono sempre alla ricerca di un viaggio, meno degli aerei da prendere, di cui ho la fobia. Parto da solo, in coppia, in gruppo. Non importa. Mi è sufficiente partire. E sono sempre alla ricerca di nuovi compagni di viaggio!

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